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04 January 2014 @ 12:38 pm
[RPF Basket] And I will love with urgency but not with haste  
Titolo: And I will love with urgency but not with haste
Fandom: RPF Basket
Personaggi/Pairing: Pau Gasol/Juan Carlos Navarro/Felipe Reyes/Ricky Rubio/Rudy Fernandez/José Calderon/Alex Mumbru/Jorge Garbajosa/Marc Gasol (...già)
Rating: R
Conteggio Parole: 4137 (W)
Generi/Avvertimenti: Erotico, Romantico, Slash, Ninesome
Prompt: 2008, capi!bang @ p0rn fest #7 di fanfic_italia.
Note: La odio X'D Voi vedete quel bell'elenco infinito di nomi nel pairing, ma è l'unica soddisfazione che avrete perché sostanzialmente è del Gasolvarro con altra gente buttata a caso per compagnia; oh sì fanno cose, ma il punto non è quello, il punto sono i ~sentimenti (?!! outrageous), ragion per cui ho miseramente fallito la missione porno. NOVE PERSONE SONO TROPPE DA GESTIRE. Tipo. Uhm. Comunque, tutta di Def tutta per Def yadda yadda era molto ovvio, sorry farò meglio alla prossima tuttisome, devo far pratica.
Disclaimer: Non mi appartiene nulla; è tutta fantasia; nessuno mi paga un centesimo.



And I will love with urgency but not with haste.



Mi guardano, credendo che non me n’accorga, come se si aspettassero di vedermi scoppiare da un momento all’altro; come a controllare che sono davvero io, qui seduto al tavolo a giocare a carte, con la seconda birra della serata mezza vuota davanti, e che sono ancora sano di mente, mentre Juan Carlos è seduto sul letto, la schiena appoggiata alla testiera imbottita, e il braccio di Felipe attorno alle spalle.

Probabilmente dovrebbe essere toccante, che siano tutti così preoccupati per me e straniati dalla mezza stanza che mi separa da Juanqui, dal fatto che stia sbuffando contro la spalla di Felipe quella risatina roca che dovrebbe appartenere soltanto a me, ma in questo momento non riesco a sentirmi altro che irritato da tutta l’attenzione, e non riesco a concentrarmi. Non è che viviamo in simbiosi, vorrei mettermi a urlare; è vero che non abbiamo mai superato la fase in cui siamo incapaci di non metterci le mani addosso ogni trenta secondi, ma è altrettanto vero che non siamo più adolescenti cretini, e litigare è fisiologico, è già successo, sopravviverò.

Sarei molto più tranquillo, e la smetterei di perdere come un dilettante, se la piantassero con queste occhiate ansiose. Sarei molto più tranquillo se Juanqui mi parlasse, se smettesse d’ignorarmi mentre si appoggia a Felipe, se si rassegnasse, una buona volta, al fatto che addosso a lui non starà mai comodo quanto può stare addosso a me; sarei molto più tranquillo se risolvessimo questo bisticcio, perché abbiamo litigato in passato ma ogni volta mi pare infinitamente peggio della precedente, e a questo giro non è solo una mia paranoia inutile, a questo giro ho fatto davvero un casino bestiale, ma se Juan Carlos fa finta che non esisto e Felipe non lo lascia andare come faccio a spiegarmi? Sarei molto più tranquillo se il materasso sotto Felipe si aprisse e lo inghiottisse per una mezz’ora, per cui, d’accordo, forse non fanno poi così male a tenermi d’occhio, tutti quanti. È comunque snervante.

Marc è più livido di me, suppongo perché s’aspettava che, con me fuori dalla partita, l’onore di coccolare Juan Carlos sarebbe ricaduto su di lui; ma Juanqui, più che farlo incazzare, io l’ho ferito, e, conoscendolo, di Gasol non ne vorrà sapere per un po’. Tra un paio di sorsi di birra dovrebbe arrivarci anche Marc, a questa sconcertante conclusione, per cui farò meglio a prepararmi al suo broncio e a qualche gomitata extra durante gli allenamenti.

Che serata di merda. Immagino che le intenzioni di Alex e Jorge fossero pure buone, piazziamoci tutti insieme in una stanza a giocare alla pocha e bere birra e sopportare quest’atmosfera imbarazzante per costringere Pau e Juan Carlos a fare pace, ma il risultato è obbrobrioso. Juanqui e Felipe. Non dico che è una roba contro natura, ma insomma. Felipe è pur sempre del Real. E Juanqui è pur sempre mio.

Ricky, fortuna del principiante e sorrisetto furbo e pubertà ancora neanche finita, ci sta ripulendo con facilità disarmante, ma questo non impedisce a Rudy di tormentarlo, e i loro battibecchi ridicoli sono più o meno l’unica cosa normale.

Juan Carlos brontola qualcosa a Felipe e Felipe ride e io l’ho vista nascere, la loro amicizia, l’ho vista crescere addosso alla rivalità che li lega, ma è la prima volta che mi sento così violentemente geloso. Cristo, Juanqui, guardami, ti prego. Ti ho mollato da solo a Memphis a perdere più partite in un anno di quante tu ne abbia perse in una vita al Barça, e adesso sono geloso di Felipe. In pratica, sono arrivato al centro della Terra e ora sto ostinatamente scavando la roccia con un cucchiaino.

Jorge mi dà una pacca sul gomito.

“Basta pocha,” annuncia, buttando le carte per aria. “Ancora un po’ e Ricky si porta via pure mia madre.”

“Fa una lasagna spettacolare,” mormora Alex con aria cospiratoria, e Ricky, ridicolo minorenne, attacca a ridacchiare disperatamente.

Jorge e Calde si scambiano un’occhiata che non mi piace per niente.

“Direi che è il momento di tirar fuori l’artiglieria pesante,” sorride Calde, e il suo sorriso pacifico è così incongruo, considerando che quando sono andato in bagno, prima, la vasca era piena di ghiaccio e così tanti superalcolici che probabilmente avremmo dovuto chiedere una licenza solo per il possesso. Meno male che gli allenamenti veri e propri cominciano tra due giorni.

“Guarda che siamo pur sempre in ritiro,” ride Felipe, sollevando momentaneamente la testa da dov’era chino sull’orecchio di Juanqui. Ugh. Perlomeno non sa che Juanqui è più sensibile al sinistro. “Ce la faremo a smaltire la sbronza?”

Calde, già per metà nel bagno, con Ricky che praticamente gli scodinzola dietro — mioddio, finiremo tutti in galera —, scrolla le spalle.

Il tavolo si popola di una selva di bottiglie e io non riesco a ricordare l’ultima volta che mi sono sbronzato senza Juan Carlos vicino — per la precisione, non riesco a ricordare una sbronza in cui non sia finito a leccare sale dal corpo di Juan Carlos, e la tequila neanche mi piace particolarmente, è che mi dà la scusa di mettergli la lingua addosso, e per di più in pubblico, e una delle ragioni per cui possiamo essere tutt’e due così bravi nel nostro mestiere è che abbiamo una vena di esibizionismo che non nascondiamo neanche troppo bene. Prima di Juan Carlos non avevo mai pensato di poter trasferire il piacere di dare spettacolo dal basket a una cosa tanto privata come il sesso, ma d’altra parte prima di Juan Carlos non è che avessi mai pensato poi tanto al sesso in generale.

Non è che chissà che cose scandalose abbiamo mai fatto, non sono neanche il tipo da sveltine nei vicoli — scomodo e illogico, possiedo un letto magnifico e, se il letto è irraggiungibile, non mi mancano i soldi per una camera d’albergo, — ma Juanqui e io siamo d’accordo sul fatto che, per esempio, il doversi sbrigare perché qualcuno potrebbe aver bisogno delle docce è un brivido senza paragoni; credo sia una cosa che ci portiamo dietro dai tempi delle giovanili, quando toccava fare pianissimo perché le pareti delle bettole in cui ci spedivano erano di cartapesta.

E poi mi piace stargli vicino e tormentarlo e avere tutta la sua attenzione per me quando siamo in pubblico, in modo che sia chiaro che Juanqui è preso, impegnato e sold-out, anche se solo in veste di migliore amico; non so se è esibizionismo vero e proprio o solo che sono possessivo, e onestamente non m’interessa scoprirlo. A Juanqui sta bene, e comunque lui non è meno ridicolmente territoriale di me. Ho il distinto sospetto che un bel pezzo del broncio che mi sta tenendo sia dovuto a tutte le parole al miele che Kobe ha avuto per me negli ultimi mesi, più che al fatto che l’ho lasciato a metà stagione dopo averlo fatto traslocare dall’altra parte del mondo.

Non sono nemmeno sicuro che si stia stampando sul fianco di Felipe per farmi ingelosire, peraltro. Non dubito che si sia accorto del fatto che sto praticamente emettendo banchi di fumo nero dalle orecchie — sono un ottimo attore, ma Juanqui mi legge senza neanche aver bisogno di guardarmi, — ma è probabile che la sua intenzione iniziale fosse solo quella di circondarsi del conforto di un amico. Perché io sono un cretino.

Marc tira fuori da sotto il suo letto due confezioni di bicchieri di plastica. Ok. Basta pensare.

*

C’è un’ombra scura accanto al mio gomito — Felipe, che con un sorrisino divertito a increspargli le labbra si allunga al di sopra della mia spalla e recupera la vodka alla pesca. Per Juanqui, chiaramente. È la sua preferita. E molto in alto tra le mie cose preferite c’è prendere in giro Juanqui perché la vodka alla pesca è la sua preferita.

“Ehi,” mi sento brontolare, e Felipe è anche amico mio e non intendo fargli una piazzata, ma non so che fare. Juan Carlos non mi parla. Si è spostato dal letto al divano e ha accettato che Marc gli si annodasse addosso e adesso c’è anche Ricky, seduto a terra tra le sue gambe, la testa appoggiata di lato al suo ginocchio.

“Ehilà,” mi dice Felipe, e sono sicuro che è così contento perché ha avuto Juanqui tutta la sera. Chi non sarebbe contento di avere Juanqui tutta la sera? Calde mi dà una gomitata, prima di mettersi a ridere discretamente dietro l’orlo del proprio bicchiere.

“Che vuoi che gli dica?” mugugno, e Calde ride più forte, Felipe inarca un sopracciglio, curioso. Merda. “Uhm. Che dice Juanqui?”

Felipe versa due dita di vodka in un bicchiere, poi prende la bottiglia di Coca Cola. “Perché lo chiedi a me?”

“Perché Juanqui non mi parla, duh.” So di essere petulante, ma non m’interessa; Felipe mi ha rubato Juanqui. Felipe ha messo le mani sui fianchi di Juanqui quando io non li tocco da mesi. Da mesi. Ugh, Felipe.

“Basta così poco a fermarti?” mi dice Felipe, con un sorriso enigmatico, e se ne va con la sua Coca Cola e la vodka per Juanqui, gliela porge, ma, quando si siede sul divano, lascia un poco di spazio tra di loro. Juanqui gli rivolge un’occhiatina curiosa, per quel poco che riesce a muovere il collo con le braccia di Marc avviluppate attorno, e Felipe sorride, pacato. Voglio bene a Felipe.

“Ti muovi ad andare?” brontola Jorge, e Alex, che gli sta pigramente accarezzando i capelli ricci, offrendogli di tanto in tanto un salatino da mangiare, ridacchia piano.

“Sì.” Sì, mi muovo. Ho i piedi un po’ pesanti e le idee non troppo chiare, ma mi muovo. Evito per un soffio di travolgere Rudy, che sdraiato sul pavimento ha attirato giù Ricky per baciarlo — e nessuno sembra sorpreso per cui forse ero l’unico a non sapere niente, — e mi ritrovo così vicino a Juanqui come non sono da mesi ed è l’unica cosa importante nell’universo.

Juanqui mi guarda, e per quanto ben levigata sia la sua espressione neutra, è tutto meno che sereno. Non c’è neanche bisogno che gli spieghi che mi dispiace, che mi manca, che lo voglio da morire, a questo punto; ma Calde mi ha detto, prima, che il fatto che non ci sia bisogno di parole non significa che io non debba usarle comunque, che pare ridicolo detto così ma aveva un senso, il suo ragionamento, o almeno a me è sembrato che ce l’avesse, perché mi ha fatto pensare a quanto cretinamente contento mi sento quando Juanqui mi brontola che mi ama, anche se lo so da più di metà della mia vita.

Apro la bocca per, non lo so, implorarlo di riprendermi, credo, rendermi ridicolo davanti a gente che dovrà fare un’Olimpiade al mio fianco, ma Juanqui arriccia le labbra e mi tira un calcetto allo stinco, quasi mandando per aria Ricky nel processo.

Mi guarda, la fronte corrugata da una lineetta verticale che nasconde la cicatrice a mezzaluna, e io in qualche modo mi riesco a infilare nello spazietto che Felipe ha lasciato sul divano tra i loro corpi.

“Mi spiace,” mormoro, goffo come la prima volta che ho tentato di fargli capire che erano tre mesi che non riuscivo a smettere di volerlo baciare, e non capisco più niente quando vedo le sue guance colorarsi di rosa a meno di cinque centimetri dal mio naso, “Juanqui—”

Juanqui mi bacia, per zittirmi, per impedirmi di imbarazzarlo oltre: mi bacia e vorrei complimentarmi con me stesso per essere sopravvissuto tutto il tempo che sono sopravvissuto senza che Juanqui mi baciasse, perché ora mi sta baciando, e penso che morirei se smettesse. Mi risparmia, Juanqui, fa un mugugno frustrato dal fondo della gola e allunga ancora di più il viso verso di me, apre la bocca per la mia lingua e non so quando gli ho preso il viso tra le mani, ma non ho alcuna intenzione di lasciarlo.

A tre o quattro continenti di distanza, Alex esulta e Felipe dice qualcosa tipo, finalmente, e baciare Juan Carlos è ancora il modo più rapido che ho di eccitarmi, non c’è niente come la sensazione della sua barba che struscia contro la mia e i suoni tremuli che esala nella mia bocca quando col pollice gli accarezzo le orecchie e le sue labbra soffici e umide contro le mie e il modo in cui tenta in continuazione di mordermi perché me lo merito, perché avremmo potuto vivere altri sei mesi nella stessa città, e rovinarci le statistiche scopando dieci minuti prima di ogni partita, e invece sono andato a Los Angeles.

Ma sono perdonato, credo, credo che Juanqui avesse solo bisogno di tenermi il broncio per un po’, e comunque ne parleremo meglio quando non ho tanto alcol in circolo che potrei dare fuoco al mio fiato; non voglio smettere di baciarlo, di riprendere possesso delle sue labbra e dei suoi gemiti e delle sue mani tra i miei capelli, e sono così concentrato che non lo so quanto ci metto ad accorgermi che Marc sta mordicchiando il collo di Juanqui.

Ci vedo rosso, per un attimo, perché che cazzo crede di fare, e se pensa che io sia al di sopra di sporcarmi le mani di sangue fraterno si sbaglia di grosso, ma Juan Carlos mi tira i capelli, mi guarda e le sue guance arrossate, le sue labbra umide e schiuse per me e il suo fiato corto mi dicono di lasciar stare, che va bene — che Marc si può permettere di, oh, far scivolare un braccio attorno alla vita di Juan Carlos e accarezzare l’osso sporgente del fianco sotto la maglietta.

“Solo stavolta,” mi mormora Juanqui sulle labbra, sigillando la richiesta con un bacio più piccolo e breve, e non ho abbastanza dita per contare tutti i solo stavolta che ci siamo promessi, ma va bene, va bene, tutto quello che vuole, ma lo afferro per un braccio e me lo strattono addosso, a cavalcioni sulle gambe.

Juan Carlos ride, sorpreso, — “Ti amo,” gli sbuffo contro un orecchio, e lui, quasi cadendomi dalle ginocchia e con la schiena contorta e i piedi per aria, da sotto in su mi fa questo sorrisetto supponente che è più o meno la ragione per cui sono al mondo, — si sistema più comodo e mi era mancato, il suo peso addosso, il suo fondoschiena rotondo a riempirmi i palmi delle mani.

È mio, anche mentre rabbrividisce perché ha le mani grandi di Marc sulla schiena, una carezza che mio fratello prolunga il più possibile finché non raggiunge l’elastico dei pantaloncini di Juan Carlos, e allora s’insinua al di sotto, fregandosene delle mie, di mani, che non si sono spostate di un millimetro.

Juan Carlos ansima contro la mia bocca, — mio, mio soltanto, — quando a me e Marc si aggiungono le dita di Felipe arricciate attorno al lobo del suo orecchio sinistro, bastardo, allora lo sapeva; Juan Carlos arrossisce, si morde le labbra, adoro come si agita e chiude gli occhi per nascondere quanto gli piace, questa cosa indecente che ha iniziato lui stesso.

Lo bacio, trovando la sua erezione alla cieca sopra i pantaloni, e Juan Carlos trema, spingendosi subito contro la mia mano. Non ho voglia di accontentarlo così presto, e lo accarezzo piano, pigramente, solo per sentirlo crescere ancora un po’ nella mia mano.

Mio, anche quando interrompe di scatto il bacio per ansimare con forza; mio anche con due dita di Felipe sotto il mento, mio anche quando Felipe reclama la sua bocca, mio anche quando guarda Felipe, lo sguardo perso, quasi confuso.

Un’altra mano gli si appoggia sulla nuca, attirandogli il viso all’insù, e alle sue spalle c’è Calde, gli occhi verdi quasi invisibili sotto le palpebre pesanti e il ventaglio delle ciglia chiare; Juan Carlos schiude le labbra e Calde si china a baciarlo, e mi pare di essere tornato dieci anni indietro a Lisbona, quando sfidarci l’un l’altro a fare cose imbarazzanti e cretine era l’unico modo che avevamo di affrontare l’ansia.

Abbiamo vinto più di qualsiasi altra generazione di atleti del nostro paese, nel frattempo, eppure guardare Juan Carlos allungare il collo per seguire la lingua di Calde mentre Calde si ritrae dispettosamente dal bacio mi fa il medesimo effetto, una botta di gelosia e poi una tempesta bollente di piacere che mi fa arricciare le dita dei piedi e non voglio altro che ribaltare Juan Carlos sul divano e vederlo sciogliersi sotto le mie mani per il resto dei miei giorni. Non dovrebbe devastarmi così, condividere non è il mio pezzo forte, non quando si tratta di Juanqui, ma guardo Calde percorrergli il collo in punta di dita e voglio che non smetta mai, perché le ciglia di Juan Carlos tremano in un modo squisito e poco importa che sia per il tocco di un altro uomo — o due, o tre, mentre Marc gli morde una spalla e Felipe traccia curve delicate sulla pelle tenera delle sue cosce.

Calde fa mezzo passo indietro, e insieme sfiliamo la canotta di Juanqui, che è tinto di una deliziosa sfumatura di rosa fino al petto. Mi viene incontro, viene a baciarmi, e al tempo stesso si strofina niente affatto discretamente contro la mia erezione, mugugnando piano.

Gli tiro un orecchio, “Fa’ il bravo,” mormoro, e Juanqui ha la faccia tosta d’imbronciarsi, anche se il suo rossore si accentua quando sia Felipe che Calde ridacchiano, per poi prenderlo per i fianchi e tenerlo fermo.

“Pau, portalo a letto.”

La voce di Jorge è rauca e calda e, sulla poltrona che condividono, Alex ha una mano tra le sue gambe; che mi serva di lezione per quella volta in cui mi sono domandato se la presenza di Ricky, nuovo e ragazzino e al momento del tutto perso sopra Rudy, ci avrebbe calmati.

Il letto mi pare una buona idea, un’ottima idea, e Juan Carlos, il viso premuto contro il mio collo, annuisce piano; non pesa nulla anche quando mi alzo tenendolo in braccio, e che d’istinto serri le gambe attorno ai miei fianchi è la ragione per cui non sono ancora impazzito anche se mio fratello continua a fissarlo come se Juanqui fosse coperto di miele.

Sul letto, Juanqui può guardare solo me, e mi avvolge le braccia intorno al collo per tirarmi giù in un bacio che serve a un milione di cose — ringraziarmi, anche se sta morendo d’imbarazzo; ricordarmi che non ho il permesso né lo spazio di interessarmi a nessun altro, non importa quanti chilometri di oceano e continenti ci dividano; e incastrarmi nell’arco delle sue labbra e del suo corpo è come trovare pace. Non voglio litigare mai più, anche se Juan Carlos dovesse reagire così ogni volta.

Il materasso sprofonda, oltre la mia testa, e quando guardo in su c’è Ricky, in ginocchio, che si mordicchia il labbro inferiore e cerca, esitante, lo sguardo di Rudy da qualche parte dietro di me; Juan Carlos trattiene il fiato, dev’essersi appena ricordato che il ragazzino è minorenne, scemo, e scuote pianissimo la testa e allora che posso fare se non circondare il viso di Ricky con una mano e gentilmente attirarlo un po’ di lato e all’ingiù, finché non sta baciando Juan Carlos. Juanqui mi lancia un’occhiata indignata, Ricky sembra fin troppo sorpreso di toccare le sue labbra con le proprie, ma dopo un attimo si riprende e ci mette un entusiasmo decisamente dovuto al fatto che è una cosa cui ha pensato più di una volta. Sono mezzo geloso e fin troppo eccitato, e rassegnato a passare così il resto della serata; non è neanche troppo male, se posso guardare Juan Carlos opporre resistenza per un tempo ridicolmente lungo salvo poi arrendersi con un sospiro soffice e chiudere gli occhi e annodare le dita ai capelli lunghi di Ricky, sistemandolo in un angolo più comodo.

Rudy si arrampica sul letto alle spalle del ragazzino e si stampa contro la sua schiena, le mani che spariscono oltre la curva snella dei suoi fianchi, e Ricky ansima rumorosamente, geme non so se il nome di Rudy o quello di Juanqui o tutt’e due insieme.

Quasi crollo come un castello di carte quando Juan Carlos, senza neanche guardare, mi accarezza tra le gambe col dorso di una mano; sta osservando Ricky gemere per la bocca di Rudy sulla sua schiena, ma l’angolo delle sue labbra è arricciato all’insù sotto la barba e io ho bisogno di mordergli quell’espressione furba via dalla faccia. Ho bisogno di morderlo dovunque.

Gli tiro via i pantaloni, senza neanche stupirmi che lo scemo non abbia le mutande, la biancheria è un lusso di troppo in ritiro; la canotta dovrà aspettare, con Ricky mezzo buttato su di lui, ma trovo con la bocca la pelle tenera sotto il suo ombelico, quella tesa sui fianchi, e Juan Carlos inarca la schiena e si accalda tutto e la sua erezione mi sfiora la spalla mentre sono ancora chino su di lui.

La mano di Calde tra i miei capelli mi distrae dalla tortura di lingua e denti che sto legittimamente infliggendo al mio ragazzo, e fidandomi di lui, perché è Calde e ha alle spalle Jorge e Alex ai quali devo il fatto che ho Juan Carlos tra le mani ora e non tra un mese, mi ritrovo seduto contro la testiera del letto, più o meno dov’era Felipe prima, con Juanqui tra le gambe che si struscia discretamente all’indietro contro di me mentre la bocca di Ricky cala su di lui e Jorge lo bacia, mormorandogli non so quali oscenità o dolcezze disperate tra uno schiocco e l’altro delle loro labbra.

Marc, ai piedi del letto, ci osserva mordendosi il dorso di una mano e posso immaginare cosa stia facendo con l’altra, anche se Rudy, dietro Ricky, interferisce con la mia visuale, ma non vorrei comunque guardare, è mio fratello; Calde è accanto a Rudy e sono così distratto dagli scatti nervosi di Juan Carlos addosso a me che ci metto una vita a rendermi conto che sta dettando il ritmo a cui Rudy affonda dentro Ricky, e che in cambio quelle spinte portano Ricky ogni volta più giù lungo l’erezione di Juan Carlos.

Gli bacio una spalla, e con le mani smetto di tenergli semplicemente aperte le gambe, mi fido che resterà fermo, ma le sposto in basso e all’indietro; Juan Carlos trema e poi resta immobile, teso come una corda di violino, finché una lingua umida non trova le mie dita, e lascio che Ricky le succhi per un po’ prima di tornare a muoverle.

Juanqui si separa da Jorge, voltandosi dall’altra parte per darmi un’occhiata cupa di voglia, le sue mani si serrano sulle lenzuola. Lo bacio, perché ha la bocca troppo rossa e gonfia perché io possa resistere, e non credo avesse bisogno di una rassicurazione, ma mi sembra più tranquillo, e quando con l’indice prendo a tracciare l’orlo della sua apertura, struscia il naso sotto il mio mento, mugugnando piano.

Rudy ha smesso di stuzzicare, intanto, e ha attirato Ricky all’indietro, ad impalarsi su di lui in uno specchio della nostra posizione; Juanqui li guarda da sotto le ciglia, guarda le linee asciutte e tese del corpo abbronzato di Ricky, l’orlo della sua gabbia toracica visibile sotto la pelle ogni volta che si inarca all’indietro, e i muscoli sodi delle sue cosce allungati dallo sforzo di muoversi continuamente, e l’erezione di Rudy sparire e riapparire tra le sue natiche; guarda Alex, alle spalle di Rudy, allungare le braccia ad avvolgerli entrambi e toccare il petto di Ricky, una mano ferma sullo sterno e l’altra che si immerge ad afferrare il suo sesso umido; Juanqui li ascolta e si spinge contro le mie dita aspettandosi di trovare sollievo, sapendo perfettamente che lo troverà, non ci pensa nemmeno a darsi piacere da sé perché sa che, con me, non ne ha bisogno.

Se anche avessi voglia di tormentarlo — e non ne ho, perché avevo quasi dimenticato la forma dei suoi fianchi, la sensazione delle sue scapole appuntite contro il petto, dei suoi capelli contro il collo, — non riuscirei a farlo troppo a lungo perché se Juanqui vuole, io so, e gli do tutto; e lui farebbe — ha fatto — lo stesso per me. Il mio equilibrio è perdermi completamente in lui; il mio equilibrio è guardarlo sporgersi a baciare Felipe mentre lo penetro con un dito e pensare a lui mentre tremo perché la bocca di Jorge è calda sul mio collo, il mio equilibrio è lasciare che l’indice di Calde prema accanto al mio e che Juanqui guardi Ricky come se volesse divorarlo, e poi potermelo tirare addosso e sentirlo sbuffare una risata che magari non è solo per me, ma significa qualcosa di più quando è premuta contro l’angolo della mia bocca.

Mi guardano, tutti, ora apertamente, ci guardano, Calde a due centimetri dal mio viso sogghigna come un insopportabile saputello, e non mi dispiace, tutta l’attenzione, perché ho tutta l’attenzione di Juanqui.


 
 
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