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09 July 2014 @ 05:40 pm
[RPF Basket] Cover me Like Rain  
Titolo: cover me like rain
Fandom: RPF Basket
Personaggi/Pairing: Pau Gasol/Juan Carlos Navarro, Marc Gasol
Rating: R
Conteggio Parole: 5985 (W)
Generi/Avvertimenti: AU, Incesto, Erotico, Romantico, Slash
Note: Huh, c'è nessuno? Da quanto tempo. Questa l'ho scritta per il minicest_ita aka l'iniziativa più fiQa e, se ve lo stavate chiedendo, sì, mrbalkanophile nella sua immensa generosità mi ha giftata ancora ♥ Trovate qui la cover più bella del mondo che è tale in virtù dell'avere un gattooooOOOOooOOOOOOoooone (ma la trovate anche sotto il cut).
Disclaimer: Non mi appartiene nulla; è tutta fantasia; nessuno mi paga un centesimo.





cover me like rain.




L’appartamento di Pau a Memphis è enorme e luminoso, conficcato nel fianco dell’undicesimo piano di un grattacielo che, in centro a Barcellona, allungherebbe la propria ombra fino in cima al Montjuic, ma qui quasi passa inosservato, circondato a perdita d’occhio da una foresta di torri di acciaio e cemento.

A guardar giù dalla parete vetrata in soggiorno, la città è così ordinata e perfetta — e lontana, grigiastra e venata di increspature colorate appena percettibili, che sono alberi e macchine e persone — che sembra quasi un poster, tanto che viene voglia di grattare gli angoli delle finestre per controllare se, magari, è davvero una foto da scollare.

Juan Carlos indugia poco più in qua dell’ingresso, con le mani sepolte nelle tasche posteriori dei jeans; si dondola sui talloni e osserva, incerto, i mobili che qualche arredatore ha disseminato per il soggiorno: è tutto bianco e acciaio con qualche tocco di royal blue, ogni colore in onore dei Grizzlies, e il risultato è che sarà pure estate, e un’estate in tutto e per tutto identica a quella di casa, ma l’appartamento pare gelido e Juan Carlos ha voglia di buttarsi addosso una coperta di lana.

Pau allarga le braccia, e la stanza è talmente sconfinata e minimalista e bianca che, sperduto là in mezzo, persino lui sembra piccolo.

“Figo, no?” dice, senza preoccuparsi affatto del sorriso compiaciuto e un po’ scemo che gli arriccia le labbra.

Juan Carlos, pur con tutto il bisogno del mondo di farsi una cioccolata calda, non può che sorridergli di rimando.

“È bellissimo,” ammette, stringendosi nelle spalle. Pau ride, gli si avvicina in due passi e se lo attira addosso; Juan Carlos pigia il naso contro la sua maglietta e sbuffa, ma subito gli circonda la vita con le braccia.

Pau gli preme un bacio tra i capelli corti. “Vieni a sceglierti la tua stanza.”



C’è una lastra di ghiaccio nascosta nell’ombra di un lampione fulminato e la macchina slitta, sbanda, sbatte sullo spartitraffico, si accascia su un fianco con un sospiro distrutto.

Mamma e Justo già non respirano più quando arrivano le luci colorate dell’ambulanza e dei vigili del fuoco; papà rifiuta di farsi tirare fuori dai rottami per primo, e il sangue di Ricardo impregna la neve ammucchiata ai margini dell’asfalto.

Juan Carlos ha tre anni, e sul collo una bruciatura rossa e arrabbiata dove la cinghia del seggiolino di sicurezza gli ha morso la pelle.



Pau è felice, e piuttosto ubriaco; in poco più di tre ore buttati in terrazza, coricati su due sedie a sdraio a non far nulla, lui e Juan Carlos sono riusciti a prosciugare qualcosa come tre bottiglie di sangria, e i miliardi di casini che gli hanno piantato alla dogana valgono bene il cazzotto in gola mezzo dolce e mezzo aspro che è ogni sorso.

“Se ci vedesse mamma,” mormora Juan Carlos, stiracchiandosi pigramente; Pau ride, e giochicchia con il tappo di plastica di una delle bottiglie, lanciandolo in aria dritto sopra il proprio naso come fosse un pallone, e riacchiappandolo al volo. Non riuscirebbe a concentrarsi abbastanza da recitare l’alfabeto, in questo momento, con tutto l’alcol che gli trasuda dal sangue alla pelle al cervello che gli pare leggero come una piuma, ma questo esercizio elementare — balance, eyes, elbow, follow-through, — questo scatto semplicissimo e vitale del braccio e del polso, è inveterato tanto a fondo nei suoi muscoli, nei suoi nervi, che Pau lo esegue, in automatico, come un’abitudine. Chiude gli occhi, e il tappo torna a ricadere al centro esatto del suo palmo.

Neppure lo sfiora il pensiero che, forse, questo è un modo un po’ patetico di passare la sua prima serata in America — sbronzarsi sul balcone con suo fratello e una dozzina di piante perfette che tempo due mesi e saranno appassite. Neppure lo sfiora il pensiero delle infinite possibilità che lo aspettano undici piani più in basso, della città che mormora il suo nome in ogni angolo e mostra la sua faccia su ogni schermo e recita, come tabelline, le statistiche delle sue partite più impressionanti.

Neppure lo sfiora il pensiero che la sua vita, ora, non è solo cambiata, ma ha fatto un triplo salto carpiato giù da un trampolino alto ottomila chilometri, per atterrare sulla schiena; neppure lo sfiora il pensiero che, forse, sarebbe il caso di affrontare le novità e, se non di apprezzarle, di accettarne la presenza, perlomeno.

Pau è felice; è orgoglioso di se stesso, di essere l’unico spagnolo nel miglior campionato del mondo, ed è impaziente di poter cominciare a giocare, e dimostrare quello che vale. Eppure il suo sogno, che per certi versi si è rivelato ancora più perfetto di quanto non avesse osato sperare — draftato come terza scelta assoluta, sono passati due mesi e fa ancora fatica a crederci, — al tempo stesso è venato di difetti. La distanza tra Memphis e Barcellona, prima di tutto.

Il fatto è che lui e Juan Carlos non sono mai stati separati per più di cinque, sei giorni al massimo; e ora questo. Ora, Pau gioca a Memphis mentre Juan Carlos ha davanti almeno altre quattro stagioni a Barcellona.

Ora, tra sei giorni Juan Carlos salirà su un aereo, e non si rivedranno fino a maggio, o, se Pau è molto sfortunato e i Grizzlies arrivano ai play-off, addirittura giugno prossimo. Ora Juan Carlos avrà tutto per sé l’appartamento che lui e Pau hanno condiviso per quasi cinque anni.

E allora Pau non ha voglia di affrettarsi, non ha voglia di incontrare la città che parla una lingua misteriosa e dovrà fargli da casa, non ha voglia di scostarsi dal fianco di Juan Carlos. Il primo passo che calcherà in America sarà anche il primo passo che abbia mai fatto allontanandosi da suo fratello, e Pau non vuole. Non ancora. Per adesso gli piace lasciarsi cullare dal pensiero che, a qualsiasi direzione si rivolga, fino al margine opposto degli oceani, Juan Carlos è l’unica persona veramente familiare; Juan Carlos è il suo solo amico nel raggio di così tanti chilometri che è come se fosse l’unico al mondo.

Pau agguanta il tappo della bottiglia per l’ennesima volta, e poi lascia ricadere le braccia. Sospira, stanco e accaldato e soddisfatto; Memphis, là sotto, punteggiata di luci e lontana abbastanza da essere quasi silenziosa, è come un’altra metà di cielo abbattuta sul lato sbagliato dell’orizzonte.

Pau allunga una mano di lato e, col dorso di due dita, sfiora l’incavo del gomito di Juan Carlos; risale piano, lungo la pelle tiepida, fino ad incontrare la manica della maglietta.

Juan Carlos schiude la bocca attorno all’orlo del bicchiere. Ha le labbra rosse, e il ghiaccio tintinna contro il vetro.

“Mi mancherai,” brontola, dopo un istante, lo sguardo fisso sul cielo; Pau smette di respirare. Non ancora, pensa, disperato, ma si ritrova addosso gli occhi di Juan Carlos, grandi e scuri e tristi, e il non ancora si spezza in un mai che è quasi un singhiozzo.

Pau stringe il braccio di Juan Carlos, allora, e si sporge a baciarlo, non gl’importa dove, ha solo bisogno di sentire suo fratello il più possibile e il tocco delle dita non gli basta; finisce per premergli le labbra contro una tempia, e si sbilancia tanto che la sdraio quasi si ribalta — Juan Carlos gli si aggrappa addosso, lo tira un pochino finché non riesce a nascondere il viso contro il suo collo.

“Mi mancherai,” gli dice ancora, e ancora più piano; gli strizza le braccia attorno alla vita e aggiunge, “Quindi vedi di giocare tanto.”



Il primo migliore amico di Juan Carlos si chiama Oscar.

Hanno un sacco di cose in comune: sono tutti e due silenziosi e tranquilli, che se li vedi seduti da una parte, puoi stare sicuro che li ritroverai lì anche quattro o cinque ore dopo, sereni, indisturbati, soddisfatti. Oscar, come Juan Carlos, apprezza particolarmente il giovedì, perché il giovedì è giorno di tramezzini col tonno e la maionese; Oscar, come Juan Carlos, non ama i rumori forti e non ama il girotondo in giardino e non ama neppure l’altalena. Juan Carlos, come Oscar, si tiene lontano dagli altri bambini.

Ad Oscar, come a Juan Carlos, piace arrampicarsi sugli alberi, acciambellarsi sui rami al sole e sonnecchiare.

Juan Carlos ha quattro anni, e Oscar è un gatto.



“Ritiro quello che ho detto,” sbuffa Pau, il telefono incastrato tra l’orecchio e la spalla mentre inonda di acqua bollente il mucchietto arido di noodles istantanei al manzo — non certo il massimo come colazione, ma Pau ha imparato ad adattarsi e, soprattutto, non ha né il tempo né la capacità di cucinarsi qualcosa di diverso. “Non ti offendere, Juanqui, ma otto partite perse in quindici giorni sono molto peggio che starti lontano.”

Juan Carlos, con dieci vittorie e quattro sconfitte tra ACB ed Europa in due mesi, dall’altra parte del mondo ridacchia. “Mi ferisci, sai. Un paio di trasferte e già ti sei dimenticato di me.”

Pau rimette il bollitore sul fornello spento, afferra il telefono giusto un istante prima che quello gli sfugga e torna a lasciarsi cadere sulla sedia.

“Ok, d’accordo, sto esagerando,” ammette, affondando una forchetta nel bicchierone di plastica e rimestando un poco. “Però mica tanto. Hai visto come ci hanno combinato i Lakers?”

“Ho visto una doppia doppia,” offre Juan Carlos, la voce improvvisamente morbida. Pau scuote la testa, pesca un pezzetto di carne. “E prima che tu possa dire che non è servita a nulla,” continua Juan Carlos, e Pau sorride tra sé perché, sì, era esattamente quello che aveva intenzione di dire, “Sappi che tuo fratello si è emozionato parecchio.”

Pau si ferma con la forchetta a mezz’aria.

“Oh. Davvero?”

Juan Carlos fa un suono distratto, ma affermativo — Pau sente in lontananza lo scatto soffice e inconfondibile dell’anta del frigorifero, e immagina Juan Carlos con una fettina di chorizo trattenuta tra le labbra.

“Non dirgli che te l’ho detto, ma credo che Marc si sia improvvisamente reso conto di voler bene anche a te.”

Oh,” dice Pau, mordendosi la punta della lingua per impedirsi di ridere. “Oh, molto divertente, Juanqui, sei adorabile.”

“E a proposito di fratelli, come sta il mio preferito?” prosegue Juan Carlos, imperturbabile. “Adrià, intendo.”

“Ah-ah-ah,” scandisce Pau. “Sei tremendo.”

“Adulatore,” replica Juan Carlos, stavolta chiaramente a bocca piena. Pau deve respirare a fondo un paio di volte per calmare l’improvviso diluvio di Cristo santo, voglio abbracciarti che gli sta allagando i sensi. Quando chiude gli occhi, gli riesce più facile fingere che quello che sente sotto le dita sia il pigiama di Juan Carlos, piuttosto che il proprio, e che ci sia una fronte appoggiata alla sua spalla, e due mani a stringere il retro della sua maglietta.

Per un attimo, Pau sente persino il peso del corpo di Juan Carlos sulle gambe.

“Ehi,” soffia Juan Carlos, dopo un po’, e Pau si riscuote e gli sembra strano, non vederlo — era certo che Juanqui fosse lì, vicino, addosso a lui, dove dovrebbe essere. Sentiva il suo odore, pulito e fresco di sapone organico al melograno, perché Juan Carlos ha la pelle delicatissima e mamma adora viziarlo. “Pau, non dirmi niente, ma sono le quattro e devo andare agli allenamenti.”

Istintivamente, gli occhi di Pau corrono all’orologio, un ammasso minimalista di acciaio e cromature inchiodato sopra il frigorifero che segna le quattro passate, e Pau dovrebbe davvero decidersi a regolarlo sull’orario di Memphis.

“Non dirmi che ‘ha chiamato mio fratello dall’America’ ha smesso di essere una scusa valida per fare tardi,” dice, invece, con mezzo sorriso. Juan Carlos scoppia a ridere.

“Per carità, è ancora sacrosanta, solo che Aíto lo sa perfettamente che ti telefono ogni cinque minuti, per cui diciamo che la sua tolleranza potrebbe essere un tantino limitata.”

Pau ridacchia. “Beh, non posso biasimarlo.”

“No, infatti.” Juan Carlos sospira, e Pau vorrebbe dirgli, al diavolo tutto, ti prego, vieni a vivere con me. E sono passati sì e no ottanta giorni. “Pau. Andrà meglio, ok? È solo l’inizio, e comunque stai facendo un gran lavoro e—e non lo dico solo perché sei tu. Ok?”

Pau si sgonfia bruscamente, quasi sciogliendosi contro la sedia; andrà meglio, certo, lo sa, quattro anni di Barcellona gli hanno insegnato ad avere pazienza e a conquistarsi il quintetto iniziale, i cori dei tifosi, una partita alla volta. Juan Carlos si è accorto che qualcosa non va e Pau non sa come spiegargli che ha una paura fottuta che la gola gli rimanga serrata in questo nodo asfissiante per sempre, a meno che Juan Carlos non si sbrighi a raggiungerlo da questa parte dell’oceano.

Non può dirlo, che le partite perse e i malumori del coach e le sessioni di tiro infinite e il cibo di merda e i voli alle quattro del mattino non hanno la minima importanza, in confronto all’assenza di Juan Carlos; non glielo dice, allora, e la partita successiva la vince. Andrà meglio.



Juan Carlos, a cinque anni e tre mesi, con un tonfo sordo piomba giù dal lato del letto, arricciato su se stesso con la testa tra le ginocchia ossute, i denti digrignati contro il dolore terribile che gli brucia la pancia. Le suore sospettano un’indigestione, ma Juan Carlos continua a star lì contratto in una virgola, enormi lacrimoni che gli rotolano lungo le guance rosse; chiamano un’ambulanza, e Juan Carlos viene operato d’urgenza di appendicite.

Quando si risveglia, intontito e tiepido e con la gola secca, è ancora buio, e suor Eulalia è seduta accanto al suo letto, il ticchettio dei suoi ferri da calza l’unico rumore nella corsia vuota. Juan Carlos la osserva in silenzio, per un po’; suor Eulalia gli pare agitata, il suo lavoro a maglia ne sta risentendo.

Agustí Gasol è in servizio da quasi sedici ore, per via di un’epidemia di raffreddore che gli ha messo al tappeto metà del personale; è esausto, controlla i pazienti meccanicamente, contando i minuti che mancano alle sei quando finalmente potrà tornarsene a casa — ventisette e trentaquattro secondi, trentatré, trentadue, — ma trova comunque un sorriso gentile da offrire al bambino dell’ultima stanza di pediatria.

“Buongiorno,” gli dice, controllando rapidamente i monitor. “Come ti senti?”

Suor Eulalia alza la testa di scatto, sorpresa di vedere Juan Carlos che, cosciente, si stringe cautamente nelle spalle.

Agustí sorride, riempie un bicchier d’acqua con la brocca sul comodino e poi lo offre a Juan Carlos.

“Grazie, signore,” mormora il bambino, e prosciuga il bicchiere in due sorsi sproporzionati alle dimensioni minute del suo corpo. Suor Eulalia si appoggia i ferri da calza sul grembo con un gesto stizzito.

“Perché non mi hai detto che avevi sete?”

Juan Carlos abbassa gli occhi, colpevole; Agustí gli sta accarezzando i capelli prima ancora di rendersene conto.

“Va tutto bene,” dice, amichevole. “Juan Carlos si è appena svegliato, vero?”

Juan Carlos lo guarda da sotto in su, gli occhi grandi ancora un poco lucidi, la bocca arricciata in un’espressione incerta, poco convinta dalla bugia che Agustí ha appena detto. Suor Eulalia, dal canto suo, non pare crederci molto, ma ha già dovuto subire una lavata di capo oggi a causa di Juan Carlos — Agustí era poco distante, mentre il chirurgo con gelida cortesia spiegava esattamente quanto la negligenza delle sorelle fosse andata vicina a causare una tragedia, e suor Eulalia annaspava che ma quale negligenza, non è certo colpa loro se Juanqui è un bambino così schivo da nascondere una cosa del genere — per cui decide di lasciar perdere e, con un sospiretto, riprende i ferri.

Agustí versa a Juan Carlos un altro bicchiere d’acqua, e Juan Carlos lo ringrazia con un cenno del capo.

“Signore,” mormora poi, senza guardarlo, e Agustí è sorpreso dal fatto che non abbia esitato a non chiamarlo dottore. Sarà perché non porta lo stetoscopio. “Pensa che potrebbe venire a trovarmi il mio amico Oscar?”

“Non vedo perché no, piccolo.”

Suor Eulalia sembra sul punto di dire qualcosa, ma Juan Carlos la precede, con un’espressione serissima. “Anche se Oscar è un gatto, signore? È molto beneducato.”

Agustí non è uno specializzando sprovveduto, calca le corsie dell’ospedale da un decennio e gli piace credere di essere resistente ai lutti e alle commozioni che mettono nei guai i suoi colleghi più giovani; però stavolta, davanti a questo scricciolo d’ometto pallido e serio, si sente il cuore precipitare fino al parcheggio sotterraneo, otto piani più in basso.

“Mi spiace molto, piccolo, ma gli animali non possono entrare,” dice contro il nodo che gli stringe la gola, e si mette a rimboccare la coperta, per non dover star lì a fissare quegli occhioni scuri. La cosa peggiore è che Juan Carlos non sembra sconvolto, non si mette a fare i capricci, ma, semplicemente, dà un sospiretto rassegnato, come se se l’aspettasse.

“Non importa,” dice, dolce, come per consolare Agustí.

Agustí non sarebbe potuto scappare dalla stanza più in fretta, ma, alle sei e cinque, col turno finito e a malapena il tempo sufficiente per arrivare a casa prima che Marisa esca per portare Pau all’asilo, è di nuovo ad affacciarsi in pediatria. Suor Eulalia sonnecchia, ma Juan Carlos è sveglio, e Agustí va a sedere con lui.



Sette mesi continuamente a pensare che la stagione è lunga, sette mesi con addosso la sensazione che le partite non finissero mai e adesso pare uno scherzo crudele, adesso Juan Carlos è pronto a rimangiarsi ogni sospiro stanco e ogni desiderio idiota di vacanze, perché adesso non è rimasto più neanche un possesso da giocare ed è questa la cosa peggiore, questo ritrovarsi ai titoli di coda con le mani vuote, e niente di bello da raccontare. Secondi alla Copa e poi fuori dalle Final Four per una ridicola differenza canestri e, ora, fuori pure in semifinale scudetto; Juan Carlos gira la manopola della doccia un po’ più verso il freddo, china la testa sotto la pioggia d’acqua.

Per due ore, che la squadra vincesse questa partita è stato più importante di tutto: più importante del numero nella sua casellina dei punti a fine giornata, più importante della caviglia malandata, più importante del draft, più importante di Pau dall’altro lato del mondo. Era così fottutamente importante, e ora hanno perso, è finita, e Juan Carlos osserva l’acqua scorrere in una spirale giù per lo scarico e vorrebbe poter fare lo stesso.

Non è pronto a uscire dalla doccia, perché l’ultima volta che una delusione così l’ha colpito in pieno petto, — anche se questa gli pare immensamente più grande, il Sole rispetto alla Terra, — l’ultima volta ad aspettarlo nello spogliatoio c’era suo fratello e suo fratello, il conforto del suo abbraccio e la sua voce e il suo odore, adesso è irraggiungibile.

Juan Carlos comincia a tremare, umiliato; richiude l’acqua, si avvolge nell’asciugamano e, rosso in viso, passa oltre una manciata di compagni che ancora non si sono arresi all’idea che non riusciranno ad annegarsi.

Guarda il proprio armadietto e la voglia di vedere Pau seduto sulla panca, coi gomiti sulle ginocchia e la testa appesa tra le spalle, lo prende come una mano alla gola; Pau non c’è, ma c’è Saras, con lo sguardo febbrile di un animale ferito, le mani grandi, le spalle larghe, la bocca all’altezza giusta per chiudere i denti sulla clavicola di Juan Carlos, quando Juan Carlos lo abbraccia.



Juan Carlos arriccia il naso, sospettoso. “Sei un sacco biondo,” dice. Non ha mai visto nessuno di così biondo, non sono così bionde nemmeno le Madonnine nella cappella, le due o tre che non hanno i capelli coperti dal velo.

Pau non sembra molto preoccupato dall’osservazione, comunque.

“Tu sei un sacco moro,” replica, pacifico. “E il tuo gatto è un sacco arancione.”

Juan Carlos trattiene bruscamente il fiato, e con le manine copre le orecchie di Oscar che gli sonnecchia pacifico sulle ginocchia.

“Oscar non è il mio gatto,” soffia, sconvolto. “Oscar è mio amico.”

Pau scrolla le spalle. “Okay. Però è un sacco arancione comunque. Posso accarezzarlo?”

“Non lo so,” dice Juan Carlos. “Dipende da lui.”

“Okay.”

Pau allunga una mano e la piazza sulla schiena pelosa del gatto; Oscar piega un orecchio, strofina il muso sul jeans di Juan Carlos, e continua, indisturbato, a fare le fusa e pisolare. Pau sorride, soddisfatto.

Juan Carlos allora dice, tutto solenne, “Piaci a Oscar, quindi possiamo tenerti. Io sono Juan Carlos.”

Agustí e Marisa, dall’altra parte del cortile, osservano Pau stringere la mano di Juan Carlos sorridere come se gli avessero detto che può stare in piedi a guardare i cartoni fino a quando gli pare.



Pau si sveglia nel buio più completo e, dopo un istante o due di riassestamento, il suo primo pensiero coerente è una maledizione molto sentita al jet lag; è ancora stanco, stremato dal viaggio, e vuole solo rimettersi a dormire. Poi però sente un mugolio provenire da qualche parte alla sua sinistra, il lamento incerto di qualcosa di molto piccolo e molto spaventato — ci mette un attimo, Pau, a ripescare il ricordo di quel suono, e a spiegarsi perché gli è così familiare.

“Juanqui?” chiama, sottovoce, e si mette seduto, si rende conto, d’improvviso, di essersi addormentato sul divano in camera propria, a casa, perché ha ceduto il letto a Juan Carlos.

Juan Carlos geme ancora, scalcia.

“Cristo,” mugugna Pau tra sé, e a tentoni nel buio raggiunge la sponda del letto, si inginocchia sul materasso. “Juanqui.”

Gli tocca un braccio e poi subito, d’istinto, ritrae la mano: la pelle di Juan Carlos è umida di sudore ma fredda, più fredda di quanto Pau si aspettasse. Risale la linea definita del bicipite — quanto si è allenato, nell’ultimo anno? — fino alla spalla, lo scuote, chiama ancora il suo nome.

Juan Carlos si sveglia dall’incubo come ha sempre fatto, e come non faceva da anni: con gli occhi sgranati e umidi e ingoiando più aria di quanta gliene serva e serrando le lenzuola tra le dita, cercando di sfuggire alla neve e al ghiaccio e al mondo sottosopra nella sua testa.

“Ehi,” mormora Pau, standogli vicino ma non addosso, toccandogli una spalla, una mano. Juan Carlos singhiozza, lo afferra per un braccio e lo strattona giù, contro di sé, arricciandoglisi contro. Pau ha il cuore inchiodato alla gola quando lo abbraccia, odia il pensiero di non poter fare di più; Juan Carlos annaspa e si aggrappa a lui per tenersi a galla, ma Pau vorrebbe costruirgli una nave da crociera per salvarlo e tenerlo al sicuro, e invece può solo intrecciare le gambe alle sue e promettere, stupidamente, che va tutto bene.

Juan Carlos, poco a poco, si riaddormenta. Pau ha intenzione di vegliarlo, è convinto che sia una decisione razionale e responsabile, ma chiude gli occhi un minuto e, quando li riapre, è solo a letto ed è giorno pieno; sente la doccia, in fondo al corridoio, e sospira, pigia la faccia contro la metà di cuscino su cui ha dormito Juan Carlos. Non è semplice, rendersi conto che l’impronta tiepida della presenza di suo fratello — l’odore, la consistenza del suo corpo premuto addosso; un calzino perso tra le lenzuola e l’ombra di un livido affusolato sul polso, dove Juan Carlos l’ha afferrato forte stanotte — è capace di eccitarlo così, di dargli una voglia che pretende più di un abbraccio o di una carezza brevissima; ma si tratta di Juan Carlos, per cui non è neppure troppo difficile. Lo spaventa, sì; lo terrorizza, ma è un modo di volere Juan Carlos a cui Pau è abituato, che non riesce a soffocare.

Vuole stargli addosso, pigiarlo contro il materasso per chiudere fuori il mondo, riempire i vuoti tra le sue dita con le proprie e vuole che Juan Carlos non veda altro che lui, non vuole vedere e sentire e toccare altro che Juan Carlos; per proteggerlo e farlo ridere e farlo felice, per vedere le sue guance arrossarsi e le sue labbra schiudersi attorno a un gemito caldo che sia solo per lui. Juan Carlos è solo per lui, Pau l’ha voluto per sé da quando l’ha visto con in braccio un gatto arancione; è suo fratello e il suo migliore amico ed è suo, gli corrisponde, gli spetta. Pau non ha mai voluto nient’altro e vive con quella voglia disgustosa a bruciargli il fondo della gola, però vive, e non riesce a non volerlo.

Pau ciabatta pigramente giù per le scale, si dirige in cucina; l’appartamento di Memphis a volte lo coglie ancora di sorpresa, ma questa è casa, e lui potrebbe muovercisi a occhi chiusi. Non batte ciglio, quando trova Marc appollaiato su uno sgabello a spalarsi in bocca cucchiaiate di latte e riso soffiato.

“Yo, bro,” biascica Marc a bocca piena, e Pau fa una smorfia, apre il frigo.

“Buongiorno, sei disgustoso,” dice, senza guardare. Sposta un cavolfiore più grosso della propria testa, rivelando una miniera segreta di preparato per pancake in bottiglia; ne prende la confezione più vicina, e poi risistema il cavolfiore.

“Woah, e quella da dove è uscita?” domanda Marc, e Pau scrolla le spalle, mette una padella a scaldare prima di tornare al frigorifero per cercare qualcosa con cui condire i pancake.

“Sai dove sono i mirtilli?” chiede, perché Juan Carlos ha detto di averli comprati ma ha dimenticato di fornirgli una mappa del tesoro. E poi, col tono di voce più casuale che riesce a mettere insieme, perché la reazione standard di Marc alle discussioni serie sugli argomenti delicati in genere consiste nel fuggire sul primo volo per l’Indonesia, aggiunge, “E lo sai che Juan Carlos ha di nuovo gli incubi?”

Marc tace, per un lungo momento, il che non promette niente di buono; i peli sulla nuca di Pau sono dritti come aculei. È preoccupazione, certo, ma gelosia, soprattutto.

“Sì, uhm, lo so,” dice Marc, cautamente, gli occhi annegati nella tazza di latte e cereali. “I mirtilli sono sul ripiano in basso, dietro ai pomodori. Ci dovrebbero essere anche delle fragole.”

Pau, tranquillo come un santo, recupera mirtilli e fragole, chiude il frigorifero, trova in uno stipetto delle gocce di cioccolato, appoggia tutto sul ripiano dei fornelli. Dopodiché si volta verso Marc, gli sorride, e domanda, “Da quanto tempo lo sai?”

Marc è impallidito e, per quanto possa essere grande e grosso e ursino, con gli occhi sgranati in quel modo e l’espressione atterrita non dimostra un giorno in più dei suoi sedici anni. Pau ha quasi pietà, però poi gli torna in mente il modo in cui Juan Carlos tremava, stanotte tra le sue braccia, e il pensiero che per chissà quanto tempo ha dovuto tremare senza di lui gli fa venire da vomitare.

“Un—uhm, un po’? Pau, non mi guardare così, lo sai com’è fatto,” dice Marc, e più parla e più acquista una vitalità frustrata per Pau fin troppo familiare: è la faccia che hai quando ami da morire Juan Carlos e Juan Carlos non ti vuol dire cosa c’è che non va. “Vado al bagno alle quattro della mattina e lo trovo sveglio con una faccia da funerale però come mi vede mi dice ‘Sto bene, scemo’, e si aspetta che la questione finisca lì. Il problema è che poi alla fine sta bene davvero, quindi che posso fare?”

Pau annuisce, disegna il primo pancake per distrarsi.

“Non è colpa tua,” dice. “Lo so che gli stai vicino.”

“Ecco, quindi magari evita di guardarmi come se ti avessi annegato il cane,” sbotta Marc. “Senti, lo so che sei preoccupato, ma è stato un anno del cazzo, okay? È stressato, penso sia per quello. Saras dice che ha fatto davvero brutto il finesettimana delle Final Four, ma a parte quello, più o meno tutto tranquillo.”

Pau si ferma con la mano, carica di mirtilli, a mezz’aria.

“Che c’entra Saras?”

Marc arrossisce.

“Uhm. Niente?” Pau inarca un sopracciglio e Marc per un attimo boccheggia, poi si ricorda chi è che sta cucinando i pancakes e chi è che, di conseguenza, ha tutta l’autorità per vietarglieli. “Okay, okay, solo non dirgli che te l’ho detto io—in realtà, se potessi proprio in generale fare finta che non sai niente sarebbe perfetto, perché non sono sicuro di chi altro oltre a me lo sa e—”

Marc.”

“Sì, okay, Saras—uhm, diciamo che lui e Juanqui passano un bel po’ di tempo insieme, ecco,” dice Marc, intrecciando le dita sul tavolo, apparentemente molto soddisfatto del modo in cui è riuscito a porre la questione.

Pau è terribilmente sorpreso, e la sua sorpresa prende la forma di un pancake semicarbonizzato. Marc si finge esageratamente devastato dalla perdita, e si rifiuta di aprire bocca di nuovo finché Pau non ha finito di cucinare, che poi è anche il momento in cui Juan Carlos appare in cucina.

“Buondì,” dice, riservando a Pau un sorriso piccolo e timido che è il più classico dei suoi ringraziamenti. Pau sente il cuore accartocciarglisi come un foglio di quaderno dato alle fiamme, e gli sorride di rimando. Saras, non riesce a smettere di pensare. Le mani di Saras sui fianchi di Juan Carlos, sulle spalle, sulle braccia; i denti di Saras a tirare le labbra di Juan Carlos e le gambe di Juan Carlos serrate attorno alla vita di Saras e Pau quasi sventra la manopola del fornello.

“Buongiorno. Marc, non hai dei compiti da fare, qualche videogioco su cui consumarti gli occhi?” domanda, e con un sorriso amabile spiattella sotto il naso di Marc una pila di pancake fumanti.

“Uhm, sì, esatto,” mormora Marc, afferrando il piatto e squagliandosela con solo un’ultima occhiata implorante — non dirgli che t’ho detto di Saras, ti prego, sono troppo giovane e bello per morire. Pau lo ignora.

“Sbaglio o hai appena comprato la sua fuga con del cibo?” domanda Juan Carlos, divertito, e appoggia ai fianchi al ripiano della cucina, sbocconcellando un pancake ai mirtilli.

“Yup.”

“Vergogna, Gasol.”

“La vergogna non è un’abitudine in famiglia, Gasol,” lo prende in giro Pau, e Juan Carlos ridacchia, gli dà un calcetto contro il piede.

“Grazie per la colazione,” dice, e quello che non dice, e che Pau sente comunque, è grazie — e scusami — per stanotte.

Pau scrolla le spalle, ma gli tocca un braccio, lo stesso che ha stretto per primo nel buio stanotte, e percorre la medesima linea su per il muscolo e fino alla spalla — non gli sfugge il brivido di Juan Carlos e allora sa che stanno pensando la stessa cosa, — ma non si ferma lì, risale ancora lungo il collo, si concede di indugiare a circondargli il viso. Sta immaginando le dita di Saras, su quella stessa pelle; sta immaginando l’espressione di Juan Carlos quando Saras s’inginocchia tra le sue gambe per prenderlo in bocca, sta immaginando i suoi gemiti, i suoi mugugni soffocati timidamente contro il dorso della mano. Sta immaginando il sapore della sua bocca, la ruvidezza della sua lingua.

Lo sta immaginando con tanta voglia e precisa vividezza che gli sembra di averlo già avuto un milione di volte in passato, e non gli basta.

Juan Carlos lo guarda, il viso immobile nella sua carezza; Pau si sente invitato a baciarlo da quell’espressione soffice, dai suoi occhi scuri, dalle labbra rosse socchiuse; dalla cucina quieta e dal buon odore dei pancake, dello shampoo di Juan Carlos.

Pau non si muove, ma Juan Carlos va ad abbracciarlo forte; sospira, quando le braccia di Pau automaticamente si sollevano a stringerlo.

“Sono un disastro,” brontola, nascondendosi contro la sua maglietta. “Senza di te, sono un disastro.”

L’abbraccio di Pau diventa una morsa serrata e Juan Carlos, invece di lamentarsi, smette di respirare e ruota i fianchi per accomodarsi meglio, mugola, e si vergogna e si seppellisce con più convinzione contro il suo petto. Pau ci mette un momento di troppo a rendersi conto della deliziosa pressione contro il suo bacino, ma quando se ne accorge, l’intero mondo delle sue sensazioni si riduce a quel contatto — al peso e al calore di Juan Carlos contro di lui, celati solo dal ridicolo sottilissimo cotone del pigiama.

Pau annaspa, quando a un minimo movimento di Juan Carlos la frizione gli fa girare la testa.

“Juanqui,” bisbiglia, perché sta diventando troppo, eccitarsi in mezzo alla cucina con suo fratello addosso, e soprattutto non ha modo di nasconderlo a Juan Carlos e non può disgustarlo, non può spaventarlo e non può turbarlo e non può permettersi di perderlo così.

Juan Carlos è immobile, respira appena. Poi alza la testa, e inarca la schiena spingendo i fianchi in avanti e preme un bacio impacciato sul collo di Pau e Pau geme e quasi gli crolla addosso — gli cedono le ginocchia e gli cede il cuore e gli cede qualsiasi pensiero, per un attimo; Juan Carlos gli si aggrappa e Pau, col cuore in gola e solo Juan Carlos addosso, senza riflettere va incontro alla sua spinta, trascinandosi contro l’erezione di Juan Carlos che sente crescere dentro il pigiama. Juan Carlos geme senza fiato e Pau decide che non vuole sentire altro che quello nella vita.

Lo spinge all’indietro, senza aggiungere un millimetro di distanza tra i loro corpi premuti assieme, finché Juan Carlos non tocca il bordo del tavolo con la schiena, e Pau non ha bisogno di dire niente, Juan Carlos è già lì con le braccia tese all’indietro che si issa sulla superficie di marmo e allarga le gambe per fargli spazio.

Le mani di Juan Carlos sono tra i suoi capelli e Pau è grato per le piccole punture di dolore che gli accendono lo scalpo a ogni minimo strattone, perché come un pizzico sul braccio gli ricordano che è tutto vero; che sono reali le spinte disperate di Juan Carlos in risposta agli scatti frenetici dei suoi fianchi, che non sta delirando quando gli afferra l’orlo dei pantaloni del pigiama per scostarli e l’erezione di Juan Carlos gli riempie il palmo della mano.

Juan Carlos ansima, si inarca contro di lui; Pau sente la testa leggera e tutto il corpo in fiamme ed è sicuro che sia perché finalmente, finalmente Juan Carlos si morde le labbra per lui, finalmente suo fratello gli sta concedendo anche quest’ultimo segreto, il suo viso perdutamente ammorbidito dal piacere, quello sguardo liquido che prega di avere di più, la tenaglia delle sue gambe attorno ai fianchi che impediscono a Pau di allontanarsi e smettere di rispondere alla sua voglia.

Pau vuole tutto. Lo bacia, e il modo in cui Juan Carlos ancora una volta gli si concede senza pensarci un istante lo ricostruisce, rimette insieme i suoi pezzi sparsi e terrorizzati in un pezzo unico, intero.

Un rumore di passi pesanti al piano di sopra lo fa sobbalzare; è Marc, che forse sta per scendere in cucina, e Juan Carlos smette di strusciarglisi addosso ma non smette di baciarlo, di cercargli la lingua con la propria, di tormentargli le labbra di piccoli morsi. Pau preferirebbe morire piuttosto che separarsi da lui, ma i passi di Marc si spostano verso il corridoio ed è costretto a tirarsi indietro — adora il mugugno scontento di Juan Carlos, e gli concede un altro bacio ancora, perché è solo l’inizio ed è già così irrecuperabilmente perso.

Juan Carlos lo guarda, mentre si risistema i pantaloni; lo guarda da sotto in su e non dice nulla, ma quando Pau gli accarezza una guancia, il contorno delle labbra, la curva del mento, lui chiude gli occhi e dà un respiro fievolissimo. Scende dal tavolo con le gambe che gli tremano e la bocca lucida e rossa; Marc sta scendendo le scale e Juan Carlos si guarda attorno, spaurito, come se si fosse accorto solo ora dell’erezione che gli gonfia il pigiama, del fatto che sono inequivocabilmente fottuti e a Marc — il loro fratellino Marc — basterà un’occhiata per capire tutto e.

Pau lo attira a sé con un braccio, gli pigia un bacio tra i capelli.

Marc marcia in cucina con il piatto vuoto e un ghignetto furbo quando li vede avviluppati l’uno all’altro.

“Avete fatto pace allora?”

Juan Carlos, inghiottito dall’abbraccio di Pau, riesce a malapena ad annuire, ma appena Pau fa per allentare un poco la presa, è lui a strizzargli i fianchi con ancora più forza, e stamparglisi addosso.