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07 March 2015 @ 08:20 pm
[RPF Basket] Good Omens  
Titolo: good omens
Fandom: RPF Basket
Personaggi/Pairing: Pau Gasol/Juan Carlos Navarro
Rating: G
Generi/Avvertimenti: fandom!AU, pre-slash, amnesia
Note: Yo cavalieri! Quest'anno sono un po' meno inutile dell'anno scorso! Yeahhh! Questa storia in breve: l'anno è il 2006, Juanca è Aziraphale e Pau è Crowley.
Disclaimer: Non mi appartiene nulla; è tutta fantasia; nessuno mi paga un centesimo.




good omens.




Memphis è una noia, di pomeriggio; è bella di notte, quando su ogni portone si accende l’insegna di un locale e le note di tutte le canzoni del mondo scivolano fuori dagli usci come spifferi. È bella col traffico che corre in una miriade di luci e i ragazzi del college che vagano in bicicletta cantando Elvis a squarciagola, ed è bella l’isteria che ronza come una cappa tutto intorno all’arena quando c’è una partita. Memphis è curiosa, poi, la mattina presto, perché il sole pigro disegna ombre lunghe sui palazzi e accende d’argento i grattacieli all’orizzonte, e la colonna sonora che accompagna gli avvocati e i banchieri e i dottori in ufficio è il russare scomodo dei senzatetto riversi nei vicoli.

E poi, di pomeriggio, Memphis è una noia. È enorme come una metropoli ma più vuota di un pueblo a mezzogiorno d’estate; è in bilico tra la seria correttezza della mattina, in cui regnano le persone perbene, e gli squilli di sax che d’improvviso ne animano la notte.

Memphis, di pomeriggio, è grigia, è insapore.

Pau, comunque, è testardo, e non basta una distesa infinita di vetrine senza vita a scoraggiarlo. Attraversa tutta la città, con metodo, attento a fare sempre il giro di ogni isolato; ogni giorno è un po’ meno stanco sulle stampelle, quando rientra a casa, e in fondo il punto di tutto questo camminare è proprio quello — l’allenamento. Avvizzire in palestra può fargli bene solo fino a un certo punto, e persino la desolazione di Memphis è un panorama cento volte migliore di una parete di specchi.

Juan Carlos sta riempiendo un cruciverba vecchio di trent’anni quando la porta della sua libreria si apre e, accompagnato dal tintinnio di mezza dozzina di campanelle di vetro, entra Pau. Juan Carlos non è un commerciante di grandi speranze, e l’unica ragione per cui alza gli occhi dal bancone è perché non si aspettava di avere clienti.

Pau vorrebbe agitare una mano per aria, ma non può lasciare le stampelle, quindi si accontenta di un sorriso.

«Good morning,» dice, e si sta già perdendo ad ammirare lo spazio angusto del negozio, rimpinzato di libri fino all’impossibile — le pareti coperte di scaffali fino al soffitto altissimo, il riverbero dorato delle lampade, i toni caldi del legno e certi volumi rilegati, sui ripiani più irraggiungibili, che sembrano davvero vecchi di secoli.

Juan Carlos si accorge dell’espressione estatica del visitatore, e sorride tra sé. Poi guarda un po’ meglio, con un po’ più di attenzione. So chi sei, pensa, sorpreso.

«Bon dia,» dice, allora; Pau schioda gli occhi dalla copia del Silmarillion che aveva puntato e gli fa un sorriso un pochino meno di cortesia, un pochino più sincero.

Juan Carlos torna al cruciverba, ma le definizioni sogghignano, stronze, e la soluzione è sempre Pau Gasol. Passa quasi un’ora prima che Juan Carlos riesca a riscuotersi.



«Bella macchina,» dice Pau, arricciando un pochino le labbra, ma il complimento al Maggiolino turchese cromato sembra sincero.

Juan Carlos accarezza il bordo del tettuccio con riverenza paterna.

«Il colore l’ha scelto mia sorella,» spiega, e poi nota un’ombra di incertezza sul viso del suo passeggero. «Oh, tranquillo. È più grande, all’interno.»

Pau ridacchia.

«Come la TARDIS.»

«Esattamente come la TARDIS,» annuisce Juan Carlos, compiaciuto, e non aggiunge a chi credi che l’abbiano rubata, l’idea?, perché quello sarebbe un po’ complicato da spiegare, magari.

Il Maggiolino è esponenzialmente più grande, all’interno, e c’è tutto lo spazio — e il tempo — del mondo per le gambe ridicolmente lunghe di Pau. Si allacciano le cinture di sicurezza, e il motore parte senza la minima protesta — insolito; starà cercando di impressionare l’ospite.

Pau nota subito l’adesivo sul cruscotto, un grosso triangolo arancione che a spesse lettere nere dichiara Bimbo A Bordo, incollato con precisione chirurgica proprio sopra l’alloggiamento dell’autoradio, e ridacchia.

«Sai, questo in genere va messo sul lunotto posteriore, così gli altri automobilisti lo vedono,» dice, tracciando con un indice il bordo leggermente in rilievo.

Juan Carlos forse pigia un po’ troppo sull’acceleratore, e forse è arrossito.

«No, sono io,» mugugna; quando si accorge che Pau non lo sta seguendo, sospira. «Il bimbo a bordo sono io. Mia sorella e il suo senso dell’umorismo.»

«Oh, quindi non è solo una sorella, è una sorella maggiore,» sghignazza Pau, e Juan Carlos prende l’appunto mentale di tenerlo il più lontano possibile da Vanessa, perché, chiaramente, si piacerebbero subito.

«Di venti minuti.»

«Siete gemelli?»

«Hn,» grugnisce Juan Carlos; gemelli è la cosa che più si avvicina alla verità, e comunque l’unica umanamente comprensibile. Scrolla le spalle e, dato che sta già diffondendo informazioni semi-menzognere, aggiunge: «Ho altri due fratelli più grandi, oltre a Vane. In pratica, sono condannato ad essere il piccolo della famiglia per tutta l’eternità.» Letteralmente.

Pau, in qualche modo, riesce a sembrare comprensivo e gentile persino mentre ride a crepapelle delle sventure di Juan Carlos.

«Ho due fratelli minori, io, invece,» dice, rilassandosi contro il sedile. «Adriá, e Marc.»

Juan Carlos annuisce.

«Marc l’ho visto giocare,» dice. In un All Star Game. Tra sei anni. «Uh. Promette... molto bene.»

Pau fa un sorriso enorme. «Probabilmente viene a fare il Mondiale quest’estate.»

Juan Carlos quasi dice, ma pensa te che bello, due campioni del mondo in famiglia. Si morde le labbra, trattenendo un sorriso, e ci mette un attimo a capire che il piacevole tepore che sente sul viso è dovuto al fatto che la vicinanza di Pau gli ha mandato il cuore in overdrive.

«Tè e pancake, abbiamo detto,» mugugna, uscendo dal parcheggio.

«C’è una tavola calda che devi provare, dalle parti dello stadio,» propone Pau allegramente.

«Guidami tu,» annuisce Juan Carlos, e fa del proprio meglio per ignorare il brivido che gli risale la spina dorsale e le ali come a bisbigliargli, con la voce di Metatron, non è la prima e non sarà l’ultima volta che gli dici una cosa del genere.

Per impedirsi di fare cazzate, Juan Carlos accende l’autoradio. Le casse sputacchiano le prime note di Bohemian Rhapsody. Pau, le stampelle in mezzo alle gambe e i capelli così incredibilmente lunghi, guarda fuori dal finestrino con un’aria pacifica che Juan Carlos non gli vedeva da secoli.

Al mondo, secondo le simpatiche e accurate profezie di Tona Rubio, restano cinque giorni di vita.

 
 
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