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15 April 2011 @ 10:11 pm
[Criminal Minds: SB] It's a nice, nice day (Mick/Prophet)  
Titolo: It's a nice, nice day
Fandom: Criminal Minds: Suspect Behavior
Personaggi/Pairing: Mick/Prophet, Beth, Sam, Gina
Rating: PG14
Conteggio Parole: 2002 (fidipu)
Prompt: giorno, per l'ottava settimana della Cow-T di maridichallenge.
Avvertimenti: slash, spoiler per l'episodio 1x09
Note: ASDFGHJLJHFSSAFADDJKHLSKAGDS MICK/PROPHET E' CANON OK.
Disclaimer: Non mi appartiene nulla; è tutta fantasia; nessuno mi paga un centesimo.

~ It's a nice, nice day.


Mick non è particolarmente loquace, stamattina. Ha a malapena salutato, entrando in ufficio, ed è subito scappato a nascondersi dietro una pila enorme di documenti e scartoffie da firmare, ignorando il sorriso scemo con cui Sam, dalla palestra, lo ha invitato a farsi un giro di lotta coi nunchaku con lui. Beth, dalla sua scrivania invasa di foto macabre dei loro ultimi sei o sette casi, lo osserva gia da un po’, mediamente preoccupata. Non è ancora riuscita a trovare il coraggio di chiedergli scusa per averlo preso in giro senza avere la minima idea di cosa stava dicendo – e magari di tirargli pure un po’ le orecchie, perché, porca miseria, lui avrebbe pure potuto avvisarla, invece di permetterle di rendersi ridicola in quel modo!, – e Dio non voglia che Mick sia di umore così nero perché le sue battute innocentemente fuori luogo hanno riportato a galla cose che sarebbe stato meglio restassero seppellite sotto sei metri di rapporti ancora da stilare.
Gina, invece, sembra assolutamente ignara del nuvolone nero che tuona sopra la testa di Mick, e ogni tanto gli domanda qualche scemenza – se può prestarle una matita, o se ha preso lui il fascicolo di quei tre omicidi a Philadelphia che la polizia non riesce a capire se sono o non sono stati commessi dalla stessa persona, e se è mai andato ad un concerto di Phil Collins, cretinate, per davvero, – cui Mick risponde, puntualmente, a monosillabi.
Sam come al solito va e viene, prende e porta via asciugamani intrisi di sudore e bottiglie d’acqua e libri sulle più moderne tecniche di difesa personale senza badare davvero a nessuno perché di sotto è pieno di reclute che smaniano all’idea di farsi riempire di lividi da lui, e poche cose oltre alla promessa di un estenuante combattimento corpo a corpo riescono ad assorbire interamente la sua attenzione.
Beth sta quasi per alzarsi e spingere Mick giù dalla sedia per costringerlo ad un’intensa seduta di amichevolissima psicanalisi e profiling, ma si ferma perché, finalmente, è arrivato Prophet, che come ogni giorno pari porta il caffè per tutti, e Beth adora Mick, davvero, ma se il suo beverone al latte di soia e nocciole si raffredda diventa una cosa insostenibile, perciò il ragazzo dovrà aspettare almeno un minuto.
Prophet fa il suo solito giro delle scrivanie, prima da Gina, che lo ringrazia con un sorriso e poi lo trattiene, bisbigliando qualcosa che Beth non coglie ma potrebbe scommettere un braccio e una gamba che riguarda Mick, poi appoggiando con cautela una bottiglia di succo di frutta alla pera sul tavolo di Sam, in precario equilibrio in cima ad una pila di documenti, e alla fine porge a Beth il solito bicchierone color panna di Starbucks.
«Grazie,» dice lei, e Prophet fa un minuscolo cenno del capo come a dire, non è niente, abito comunque dall’altra parte della città e non mi scoccia arrivare in ritardo di una ventina di minuti per portarvi la colazione. E poi Beth nota che Prophet ha finito i caffè, non ha il solito macchiato al caramello e il mezzo bagel quotidiano di Mick, il che è assurdo, non è possibile che si sia dimenticato di lui, no?
E la stessa domanda passa rapidissima negli occhi di Mick, che per la prima volta da due ore ha alzato la testa dalla scrivania e sta guardando Prophet come a chiedergli, ehi, amico, ti sei dimenticato di me?
Prophet, ancora in piedi davanti alla scrivania di Beth, per tutta risposta gli fa un sorriso gentile.
«Non riuscivo a ricordarmi che cosa prendi di solito,» dice, e glielo si legge in faccia a distanza di un miglio che si sta trattenendo a stento dal sogghignare come un cretino. «Ti va di accompagnarmi?»
Mick lo guarda malissimo per un minuto intero, alternando un’espressione sconcertata ad una di puro scetticismo e decidendo, infine, per una vaga, risentita irritazione, ma alla fine sospira, sembra sgonfiarsi tutto, e si tira in piedi, recuperando la giacca dallo schienale della sedia.
«Sei tremendo,» brontola, facendo il giro della scrivania, e prova pure ad imbronciarsi, ma c’è un sorriso che preme con troppa insistenza per incurvargli le labbra all’insù.
«È quello che mi dicono tutte,» replica Prophet, con un ghigno, e Mick sbuffa una mezza risata prima di porgergli la mano chiusa a pugno per il loro saluto di rito. Beth li osserva avviarsi verso la porta in silenzio, tutti e due che sogghignano come adolescenti, e butta giù un lunghissimo sorso di caffè, vagamente perplessa.
«Ehi, Mick,» lo chiama, poi, e Mick, quasi già fuori della porta, si volta a guardarla, un’espressione interrogativa sul viso. Beth si morde le labbra. «Mi dispiace per... per ieri. Non volevo metterti a disagio, sono... sono stata indiscreta.»
C’è un brevissimo attimo di silenzio, in cui Beth sente addosso lo sguardo piacevolmente sorpreso di Gina e si domanda se non sarebbe stato meglio affrontare la questione in privato, non così d’istinto, e maledizione, Beth, perché devi sempre fare le cose così, eh? Perché?
«Non ti preoccupare, sono stato un coglione io a non dirti niente,» dice Mick, sorridendole sereno, e Beth sospira.
«Cavolo sì, un completo coglione!» sbotta, e Mick ride, Gina ride, si sente ridere persino Prophet in corridoio, e Beth è un po’ più tranquilla, adesso, per davvero.

*

È una bella giornata persino a Washington, DC, e Mick è molto tentato di togliersi il giubbotto e andare in giro in t-shirt, come se fosse già luglio. Prophet cammina accanto a lui in maniche di camicia, con gli occhiali da sole e il cappellino dimenticato da qualche parte in macchina, e sembra la persona più contenta del mondo. Mick non riesce a fare a meno di guardarlo, con la coda dell’occhio, e sorridere del suo sorriso.
Potrebbero essere gli unici passanti in tutta la città, e il pensiero è stranamente piacevole.
Arrivano alla caffetteria due isolati più in là senza essersi scambiati neppure una parola, e occupano uno dei tavolini all’aperto, protetto solo a metà da un grande ombrellone colorato. Mick prende la sedia in pieno sole, felice di potersi sentire un po’ una lucertola, e si mette ad osservare la strada, le auto parcheggiate, e poi il cielo azzurro punteggiato di nuvole, e quando si avvicina loro una cameriera lui quasi sobbalza, colto di sorpresa.
Prophet ordina per entrambi, – un macchiato al caramello, un cappuccino al cioccolato e un bagel grande diviso in due, – e Mick lo guarda con un sorrisetto sornione sul viso, come a dirgli, vedi che se ti concentri te lo ricordi, che caffè prendo.
«Sarò di ritorno tra un attimo,» promette la ragazza, tornando all’interno della caffetteria, e Prophet – si è tolto gli occhiali da sole – si mette a giocherellare con il posacenere di plastica rosso sgargiante in mezzo al tavolino.
«Non mi chiedi come sto?» domanda Mick, curioso, le mani affondate nelle tasche della giacca e il capo lievemente piegato di lato. Prophet lo guarda da sotto le ciglia, e poi sorride.
«Vuoi che ti chieda come stai?» Mick si stringe nelle spalle, indifferente. «E perché? Lo so come stai, ce l’hai scritto in faccia.» Prophet si rilassa contro lo schienale della sedia, e Mick è quasi a disagio. «Vuoi farmi credere che me lo diresti, se te lo chiedessi?»
«...no,» ammette Mick, un po’ controvoglia, ma Prophet gli sorride, e allora lui sospira e si sistema più comodamente sulla sedia, sfilando pure le mani dalle tasche, appoggiando i gomiti al tavolo e intrecciandosi le dita davanti al viso. «Forse sì, se insisti abbastanza.» Non esattamente un atteggiamento di apertura, ma meglio di niente.
Prophet, però, scoppia a ridere; la cameriera torna con i loro caffè, il loro bagel e il conto, Mick insiste per pagare, Prophet non gli lascia vedere lo scontrino, alla fine paga lui e Mick giura che gli restituirà quei tre dollari e ottanta centesimi, a costo di doverglieli infilare di nascosto nelle tasche.
Bevono in silenzio per un po’, poi Mick mette giù la tazza e fa a Prophet uno sguardo eloquente, e Prophet sospira e sorride.
«Non ho bisogno che tu mi dica com’è che stai,» dice, e si lecca le labbra e Mick proprio non ce la fa a non seguire il guizzo rapido della sua lingua. Prophet se ne accorge, e sorride appena. «Mick. Se vuoi parlarne, ne parliamo.»
E Mick sospira, chiude gli occhi, giochicchia col piattino su cui è posato il loro bagel. È un’abitudine che hanno, quella di dividersi così la colazione, mezzo bagel per Prophet, mezzo per Mick, perché il primo giorno che Prophet è arrivato in squadra Mick aveva preso questo bagel enorme e non ce l’avrebbe mai fatta a finirlo da solo, e gli è sembrato carino chiedere una mano proprio al nuovo arrivato, per farlo sentire il benvenuto. E da lì è diventato automatico, e se non è un bagel è un muffin o un cornetto e certe volte persino il take-away che Gina porta in ufficio quando fanno le nottate per seguire qualche caso senza senso.
E adesso Mick sente l’importanza di tutti quei dolci a metà che ha ceduto a Prophet; la sente nel suo sguardo comprensivo e attento, nel fatto che l’abbia trascinato via dall’ufficio a metà mattinata perché aveva bisogno di cambiare aria, di fare una passeggiata, magari di sfogarsi un po’. Sospira.
«Non lo so se ne voglio parlare,» mormora, e Prophet si sporge sul tavolo per stargli un po’ più vicino. «È difficile anche solo pensarci, capisci? È difficile. E poi... parlare non ha mai riportato in vita nessuno, no?» Sorride, con un’amarezza che sembra non dover finire mai più. «Non è mai servito.»
Prophet allunga una mano sul tavolino e la appoggia sul dorso di quella di Mick, stringendo forte.
«Serve a mantenere vivo il ricordo, però,» dice, serio e gentile e Mick lo guarda negli occhi e quasi sorride. Scuote la testa, incerto, e la presa di Prophet attorno alla sua mano si fa ancora più salda. «Sono qui.»
Forse Prophet non l’ha detto davvero, forse è stato uno scherzo del sole troppo caldo, della giornata troppo bella per essere Washington, ma nei suoi occhi e nel contatto tra la loro pelle c’è scritto questo, sono qui, e allora Mick annuisce, ho capito, e la linea sottile e triste delle sue labbra si ammorbidisce appena, grazie.
Il suo caffè macchiato al caramello è incredibilmente dolce.

*

Mick parla di sciocchezze, per tutto il tragitto di ritorno, e Prophet è contento di starlo a sentire, trovarsi d’accordo con lui sulla maggior parte delle cose e di tanto in tanto dargli dello scemo, così, per buona misura.
«Devo farti conoscere mia sorella Jenna,» dice Mick, poi, di punto in bianco, senza che nessuno abbia fatto riferimenti di alcun tipo a sorelle, famiglie, conoscenze. Prophet lo guarda, perplesso, e Mick annuisce, perso dietro chissà quale pensiero. «Sì, penso che la troveresti simpatica.»
«Per me sarebbe un piacere,» acconsente Prophet, e poi sorride. «Però dille che ho già un preferito, in famiglia. Non vogliamo che si faccia illusioni.»
Mick sembra sorpreso, ma dura un attimo solo, perché poi sghignazza e tira a Prophet un pugno gentile e complice contro un fianco.
«Non vogliamo che si faccia illusioni,» concorda, ridendo, e poi si ferma, in mezzo al marciapiede deserto, e trattiene Prophet per un lembo della camicia che indossa. Prophet si volta verso di lui, confuso, e Mick si morde le labbra, si fissa i piedi, poi lo sogguarda, fa un passo piccolissimo in avanti, Prophet gli prende il viso tra le mani e lo bacia. Succede così in fretta che Mick non ha quasi il tempo di chiudere gli occhi, e finisce così in fretta che quasi non riesce a sentirle, le labbra di Prophet sulle proprie, ma dopo un attimo Prophet lo sta baciando di nuovo, più lentamente, con più sicurezza, e Mick gli allaccia le braccia al collo, tenendoselo fermo addosso.
Quando si separano di nuovo, Mick tiene gli occhi chiusi e struscia appena il naso contro una guancia di Prophet, ha paura quasi a respirare.
«Forse mia sorella non te la presento,» dice, e Prophet ride appena, contro le sue labbra.
«Forse ti porto più spesso a prendere il caffè.»

*

È una bella giornata, persino a Washington, DC.
 
 
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Brappù: Random > Bonjour tristessebrahurricane on April 23rd, 2011 04:24 pm (UTC)
Mi ero ripromessa di leggere questa storia secoli fa, ma poi mi sono scordata. D: Oggi però mi è venuta un sacco di voglia di leggere qualcosa su Mick e Prophet, quindi, dopo essere stata venti minuti a sbraitare perché è un fandom nuovo e si trova poca roba, mi sono ricordata che tu ne avevi scritto una e eccomi qua. **

La cosa dei bagel è dolcissima, così come anche Prophet che fa finta di scordarsi cosa prende Mick e tutto il resto e, OMGOMG, poor Mick. Nella 1x09 volevo quasi entrare nell'episodio e consolarlo fino alla fine dei miei giorni, perché dai, lo hai visto lo sguardo da cucciolo spaurito che aveva? E lo sguardo di Prophet quando se ne è accorto? ç___ç (Non che mi abbia sorpreso, sono già canon, quei due.)
E, ecco, qui sono così carini che io boh, voglio che succeda una cosa del genere anche nella serie, tutto qui. *sparge amore ovunque*
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